IL RIFUGIO DELL’EREMITA
LE
TREMITI
di
BARBARA CARAZZOLO
Secondo
un’antica leggenda il primo ad abitare queste isole sarebbe stato un
contemplativo. Oggi le loro bellezze, della natura e della storia, ne fanno una
meta per turisti dal "palato fino".
Turchese?
No, blu profondo. Cobalto? Magari verdeazzurro. Color zaffiro? Verde smeraldo? Sì,
forse, ma più trasparente. Come cristallo di rocca, come un diamante. Gemme
preziose, i colori del mare delle isole Tremiti. Virano dal blu più profondo al
verde più chiaro, acquistano il violetto del sole al tramonto, rubano
trasparenze alla sabbia più fine o alla roccia bianca della scogliera, si
impregnano del verde bruno delle alghe o di quello tenero delle foglie delle
roselline selvatiche che, in alcuni punti, crescono quasi fin sopra al mare. E
l’orgia di colori continua sulla terraferma, soprattutto su una delle cinque
isole che formano questo piccolo arcipelago adriatico posto a poche miglia dal
Gargano.
Di una, Pianosa, non parleremo
affatto perché è completamente disabitata, brulla e talmente piatta che la sua
massima elevazione raggiunge appena i quindici metri sul livello del mare, tanto
che, nei giorni di burrasca, le onde la scavalcano agevolmente. Dall’89 è
riserva marina integrale ed è vietata qualsiasi forma di accesso. Per giunta è
talmente lontana dalle sue sorelle che lo sguardo non la sfiora nemmeno nelle
giornate più terse. Quasi attaccate l’una all’altra, invece, San Domino,
San Nicola, Capraia (detta anche Capperaia per via delle piante di capperi che
prima vi crescevano rigogliose, anche lei disabitata) e il piccolissimo
Cretaccio, poco più grande di uno scoglio, brullo e destinato a sparire nel
tempo, visto che già oggi, da un anno all’altro, è possibile notare il suo
progressivo sbriciolamento dovuto al mare, al vento e alla fragilità della sua
roccia.
Ma più che sorelle queste isole
sono sorellastre, tante sono le differenze tra loro. La prima, San Domino,
l’unica dove sorgono gli alberghi e i piccoli residence che garantiscono i
2.500 posti letto di cui dispongono le Tremiti, è un tripudio di verde. Quasi
interamente coperta da una fitta pineta che avvolge anche gli edifici e si
spinge fin sopra le scogliere, è stata soprannominata negli anni "la perla
verde dell’Adriatico", "l’orto del Paradiso" (ma ora non è
più coltivata e vive di solo turismo), il "regno d’Aleppo" dalla
varietà predominante dei pini, quelli con gli aghi lunghi, la chioma fitta e il
profumo pungente. Profumo che si mescola con armonia agli odori del sottobosco
ricco di mirti, lentischi, rosmarini, euforbie, cisti, orchidee e roselline
selvatiche. È un profumo fragrante, che impregna l’isola intera e riporta la
memoria a qualche anno fa, nemmeno tanti, quando anche in altre località marine
le automobili erano poche e l’odore di smog non aveva ancora spento il profumo
degli alberi. Non a caso l’accesso all’isola è consentito solo alle vetture
dei residenti, ma ogni albergo o pensione ha il proprio furgoncino per gli
ospiti.
San Domino, comunque, si gira
tranquillamente a piedi, percorrendo le decine di sentieri che entrano ed escono
dalla pineta e arrivano spesso fino alle baie, alle calette e alle grotte che
orlano l’isola. Si può anche affittare una mountain bike (si trovano proprio
nella piazzetta centrale, dove si svolge gran parte della vita sociale e
notturna di San Domino), mentre è quasi obbligatorio affittare un gommone (al
porto d’attracco dei traghetti) per poter visitare agilmente le tante grotte,
alcune davvero particolari, come quella del "bue marino", la
"grotta delle viole" o quella "delle rondinelle". Se non
siete particolarmente in confidenza con la guida di un gommone (l’impresa, però,
è facilissima), al porto organizzano dei giri guidati oppure accompagnano gli
ospiti in una delle spiaggette raggiungibili solo dal mare (speciale quella dei
Pagliai) e tornano a riprenderli all’ora stabilita.
In un modo o nell’altro un giro
delle isole dal mare è d’obbligo vista la ricchezza, la bellezza e la varietà
di questa costa dove il vento e il mare hanno dato alle rocce, nei secoli, forme
bizzarre ben rese dai nomi che la fantasia popolare ha attribuito a ciascuna di
loro. C’è la "punta dell’elefante", che sembra davvero un
pachiderma gentile che bagna la proboscide nell’acqua. C’è la "ripa
dei falconi", una spaccatura in verticale della costa alta circa 80 metri,
dove nidificavano numerosi i falchi e dove, in passato, venivano a rifornirsi i
falconieri francesi. Ci sono la "punta del diavolo" e quella della
"provvidenza", la prima chiamata così perché, quando c’è burrasca
di scirocco, il mare in questo tratto fa "il diavolo a quattro",
mentre la seconda, che viene subito dopo, rappresenta un rifugio riparato e
tranquillo. Poi ci sono la "punta del vapore", dove nel 1864 fece
naufragio una nave a vapore inglese, e la "cala degli inglesi", dove i
naufraghi approdarono con una parte del prezioso carico. E a proposito di
tesori, l’isola ne è davvero ricca. Sembra che in passato molti nobili
longobardi abbiano approfittato della potenza e della forza dei monaci guerrieri
che abitavano l’isola di San Nicola per custodire qui i loro favolosi tesori.
"Punta del diamante" si chiama così proprio perché vi è ancora
nascosto un diamante di straordinaria grandezza che qualcuno si diverte anche
adesso a cercare.
E d’altronde la storia stessa
dell’isola comincia, dice una bella leggenda riportata dalla Cronica Istoriale
di Tremiti scritta nel ’500 da don Benedetto Cocarella, grazie al ritrovamento
di un tesoro. Sembra che nel IV secolo dopo Cristo le Tremiti, disabitate ma
rifugio di corsari, fossero state scelte come luogo di vita contemplativa da un
eremita. Costui avrebbe avuto, un giorno, l’apparizione della Madonna che lo
esortava a scavare nel suo luogo di preghiera per trovare un tesoro di monete e
monili preziosi con cui avrebbe dovuto edificare una chiesa in onore della
Vergine Maria. L’eremita, però, forse scettico sull’autenticità
dell’apparizione oppure poco incline ad abbandonare l’ascesi per
trasformarsi in costruttore, ignorò completamente l’invito.
La Madonna, allora, gli apparve una
seconda volta "con viso alterato e occhi sdegnati" per rimproverarlo
della sua disobbedienza. Il povero eremita si mise finalmente all’opera e,
secondo la Cronica di don Cocarella, il tesoro fu davvero trovato e il
santuario costruito. Ma la notizia del miracolo si diffuse in fretta, San Nicola
fu invasa da innumerevoli pellegrini e il santuomo fu costretto a chiedere aiuto
all’autorità del Papa, che decise di affidare il governo dell’isola, ormai
popolata, all’Ordine religioso dei benedettini.
Fine della leggenda e inizio della
storia. I monaci, prima i benedettini, poi i cistercensi e infine i lateranensi,
fortificarono sempre più l’isola di San Nicola (più piccola e impervia
dell’altra) per difenderla dai corsari, dai pirati dalmati, dai Turchi e dai
Normanni, e in breve l’abbazia diventò una vera e propria fortezza
inespugnabile e ricchissima. Alla fine del ’700 il dominio sulle Tremiti passò
ai Borboni e l’isola diventò una colonia penale, destinazione che continuerà
ad avere durante il regno d’Italia e di tutta la dittatura fascista. Mussolini,
in questa cittadella fortificata metà carcere e metà terra di confino, continuò
a mandare detenuti comuni, deportati politici e perfino i prigionieri della
guerra di Libia, compreso il famoso capo dei ribelli Omar Pascià di Bengasi.

Oggi San Nicola, che al contrario
di San Domino è brulla e priva di vegetazione d’alto fusto, è un magnifico
monumento abitato. L’intera isola, comprese le case dei tremitesi, è
nell’abbazia fortificata dove è tutto un susseguirsi di mura interrotte da
feritoie e piombatoi (quei fori dai quali veniva gettato olio bollente sugli
assalitori), torri di guardia, corti, antiche cisterne per la raccolta
dell’acqua piovana, alloggi per carcerati (con le finestre a bocca di lupo) e
per carcerieri. Al centro la chiesa di Santa Maria a Mare, costruita sopra le
fondamenta della vecchia cappella eretta dall’eremita.
Girare per queste strade
acciottolate, affacciarsi dalle mura, sbirciare dalle feritoie, occhieggiare
dalle bocche di lupo è una vera magia, tanta è la storia e le leggende che si
concentrano in questi pochi metri quadrati. E lo sarà ancora di più quando
saranno terminati i restauri dell’intero complesso e saranno aperte al
pubblico le antiche sale, destinate secondo i progetti del sindaco Antonio Greco
ad ospitare anche mostre e incontri culturali internazionali. Un pubblico che,
come purtroppo in tutte le piccole isole, tende a concentrarsi nei mesi estivi
soffocando la bellezza dei luoghi e godendo poco e in modo a volte superficiale
dell’anima profonda del posto. Sono troppi, infatti, i visitatori "mordi
e fuggi" che arrivano la mattina e ripartono la sera, accontentandosi di
un’occhiata veloce e ingorda e di un consumismo turistico indifferente alle
bellezze della natura e della storia.
Queste isole sono un parco
naturale, ma non c’è vincolo al mondo che possa insegnare il rispetto
profondo per la bellezza. Così capita di vedere barche che filano a tutta
velocità sottocosta disturbando gli uccelli (oltre ai gabbiani, galleggiano
beate le berte e svolazzano le rondini di mare), o cartacce e sacchetti di
plastica gettati in pineta o abbandonati sulle spiaggette, o cuori e nomi incisi
sulle pietre antiche. Peccato, anche perché se è vero che una parte di
tremitesi si accontenta del guadagno estivo portato da questo intenso turismo
giornaliero (diecimila persone al giorno, a luglio e agosto sono tante),
un’altra parte degli isolani sta cercando di organizzare un’offerta sempre
più qualificata e diluita nel corso di tutto l’anno.
Tra questi, per passione e
competenza, spicca Enzo Santoro, il proprietario del ristorante "Il
pirata" a Cala delle Arene. Suo padre, Ferdinando, è stato uno dei primi a
capire l’enorme potenzialità del turismo alle Tremiti e il suo locale, che
gode di una posizione incantevole e vantaggiosa proprio tra una delle poche
spiagge dell’isola e il molo di approdo dei traghetti, è un punto
d’incontro fisso per gli artisti che da anni hanno scelto le Tremiti come meta
preferita per le loro vacanze. Il più celebre di tutti è certamente Lucio
Dalla, che qui ha una casa e una barca e che è facile incontrare, ma non a
luglio e agosto, ai tavolini del "Pirata". Può capitare anche, dopo
cena, di assistere ad un suo piccolo concerto improvvisato con gli amici o di
prendere parte ad una discussione sul progetto di far nascere, proprio qui alle
Tremiti, un Festival cinematografico e artistico sul Mediterraneo.
Tratto da: Famiglia Cristiana n.34 del 13.08.1997